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Le antiche festevità di Novembre

di Federico Fregni

<<Novembre è il mese più povero di festività in assoluto. E’ il mese in cui si chiude l’anno agricolo e di fatto rappresenta un mese di ‘capodanno’ come Marzo e Gennaio; a Novembre i contadini romani pagavano l’affitto al proprietario per poi passare i mesi successivi senza svolgere lavori di sorta; in tempi a noi vicini, l’11 Novembre era la data tradizionale in cui i mezzadri lasciavano la cascina del padrone ed iniziava la stasi nei lavori agricoli, che veniva evidenziata da feste di carattere agricolo; nella cisalpina e nella Gallia transalpina le feste legate all’undicesimo giorno di novembre, tuttora festeggiate sotto una maschera cristiana, sono l’eco di festività galliche legate al vino e agli antenati e forse anche dei Ludi Plebei che si celebravano a Roma in questo stesso periodo. Il mese ha però un evidente carattere oscuro, collegato ai defunti e alle divinità esterne alla città, con ben poche cesure rispetto agli ultimi giorni di Ottobre dei quali prosegue lo spirito. L’ottavo giorno è la terza giornata dell’anno in cui veniva aperta la fossa di fondazione, il Mundus, per mettere in comunicazione i tre mondi: quello celeste degli Dei superi, quello tellurico ed orizzontale degli Dei agresti, silvestri e dei Lari, antenati ignificati e gloriosi, ed infine il mondo sotterraneo degli Dei inferi, tra cui venivano annoverati i Mani, vale a dire i propri cari defunti.

Strettamente collegata al mese di Novembre, anche se celebrata spesso ancora verso la fine di Ottobre in fase di luna calante, per accordarsi al ciclo della Luna, è la festa gallo-romana di Trinuxtion Samoni, ‘le tre notti di Samonios’, prima festa in assoluto del calendario gallico che cominciava con il primo quarto lunare di Ottobre. Allo stesso modo delle aperture del Mundus che i romani celebravano i primi di ottobre e poi di novembre, la festa di Samonios metteva in comunicazione i tre mondi; al cospetto degli Dei e degli Avi si radunavano tutti i clan delle popolazioni galliche: ogni conflitto era messo da parte e ogni focolare che non fosse quello rituale era tassativamente spento. Sappiamo che i Galli si ritenevano ‘figli di Dite’ in quanto professando la metempsicosi in maniera più esplicita ed essotericamente condivisa rispetto ai Romani, ritenevano che tutti fossero passati numerose volte attraverso il regno dei morti per poi rinascere nuovamente, fino al giorno in cui si fosse spezzato il ciclo e raggiunta la Terra dei Giovani nel lontano Occidente. Ade-Dite, Dio dei morti e delle ricchezze recondite, è quindi connesso con alcuni aspetti dell’antichissimo Dio Kernunnos, signore della vita e della morte, e al mito tipicamente celtico del Calderone Sacro dal quale i guerrieri morti rinascono in una nuova vita secondo quando hanno compiuto in quella precedente. Samonios – che da un punto di vista strettamente linguistico significa “Estate”, con l’accezione di “Fine Estate”- pare leghi sottimente il suo nome anche alla radice etimologica della parola “semina” (che ci rimanda agli Italici Dei Semoni): la semina di molte varianti cerealicole avviene proprio in questo periodo. Alle Divinità della terra e del mondo sotterraneo vengono quindi affidati i semi che verranno custoditi sotto il grembo oscuro della terra per poi rinascere rigogliosi sul finire dell’Inverno, assieme al ritorno della Luce e del Sole>>.

 

“Queste cose adempiute, ed offerto il dono alla Diva giunsero ai luoghi sereni, al verde fiorente dei boschi fortunati, là dove i Beati risiedono. L’Etere qui più disteso riveste i campi di luce purpurea e quelli che ivi dimorano un proprio Sole e proprie Stelle conoscono. Parte in erbose palestre esercita il corpo, gareggia nei ludi, si scontra su bionda sabbia alla lotta; parte si muove cantando a tempo di danza. Ivi con lunga veste il vate di Tracia compone sui sette toni la voce, ora tocca la lira col plettro d’avorio ed or con le dita. Ivi è l’antica bellissima stirpe di Teucro, eroi generosi nati nei tempi migliori, e Ilo e Assaraco e Dardano padre di Troia. Vedono armi lontane e cocchi vuoti di uomini; le aste giacciono a terra, liberi e sparsi cavali pascono al campo. Lo stesso diletto ch’essi ebbero vivi o di cocchi o di armi, la stessa cura ch’essi ebbero a pascer cavalli, ora conservan quaggià collocati sotterra. Ed altri egli scorge che a destra e a sinistra banchettan su l’erba e cantano un lieto peana in coro tra un bosco odorato di lauri, dal quale sorgendo il fiume Eridano scorre la selva ed esce, ricco di acque, quassù nella terra. La schiera di quelli che il petto diedero in guerra alla Patria; i sacerdoti che in vita furono casti, i poeti che carmi degni di Apollo composero, quelli che elevaron la vita con l’arte e col genio e quelli che agli altri lasciaron ricordo di sé per bontà: tutti han cinta di bianca benda le tempie.(…) <<Nessuno di noi ha una stabile sede; ombre di boschi, morbidi letti di rivi fioriti e prati abitiamo di verde perenne. (…)>> In fondo a una verde convalle Anchise guardava in tanto le anime chiuse che andranno alla luce del mondo; (…)Enea vede poi in valle appartata un bosco isolato i cui rami stormiscono e il fiume Letèo che irriga e lambisce quelle sedi serene. Là intorno volavano spiriti innumeri di genti e di popoli: come nei prati quando le api nell’estate serena si posan sui fiori iridati e si spargono in lungo ronzio intorno ai candidi gigli del campo. (Anchise:) <<Le anime spinte dal Fato a vestirsi di corpi novelli (…);bramavo da tempo mostrartele, e a te noverare la prole dei miei discendenti, perché meco tu possa ancor più ralllegrarti dell’Italia raggiunta. (…) Un intimo spirito avviva il Cielo e la Terra e le Acque e il Sole e la Luna splendente, una mente infusa per gli arti tutto agita il mondo e al grande corpo s’unisce. Da questo miscuglio proviene degli uomini il nascere e l’essere (…). Adesso ti svelo qual gloria il futuro riserba alla prole di Dardano, quali dell’Itala gente nipoti avrai, anime illustri che il nostro nome nel mondo avranno (…). Quel giovane, vedi, che all’asta s’appoggia sfornita di punta di ferro è il più vicino a tornare nel mondo, sorgerà per primo alla luce terrena da sangue Italico misto col tuo: è Silvia, tuo ultimo nato, che a te, già inoltrato negli anni, la moglie Lavinia alleverà nelle selve eletto ad essere Re e padre di Re: onde tua stirpe regnerà su Alba Longa. (…) E seguirà subito all’Avo nel regno il figlio di Marte Romolo(…). Sotto gli auspici di lui l’inclita Roma, o figliuolo, avrà quanto il mondo grande l’imperio e pari avrà l’animo a quello dei Numi celesti e ben sette colli da sola cingerà con un muro, bella prole d’Eroi: così la Madre Cibele turrita percorre sul carro le città della Frigia, lieta di prole divina e abbraccia cento nipoti tutti abitanti le sfere alte del Cielo. Ora fissa lo sguardo, osserva la tua gente Romana: Cesare è quello e l’intera progenie di Iulo che verrà sotto il vasto splendore del cielo. Questo, questo è l’uomo di cui spesso odi annunziare l’avvento, Augusto Cesare, figlio del Divo che al Lazio porterà il secolo d’oro di nuovo, sui campi ove un giorno ebbe regno Saturno>>”.
(Virgilio, Eneide)

Novembre è il mese più povero di festività in assoluto. E’ il mese in cui si chiude l’anno agricolo e di fatto rappresenta un mese di ‘capodanno’ come Marzo e Gennaio; a Novembre i contadini romani pagavano l’affitto al proprietario per poi passare i mesi successivi senza svolgere lavori di sorta; in tempi a noi vicini, l’11 Novembre era la data tradizionale in cui i mezzadri lasciavano la cascina del padrone ed iniziava la stasi nei lavori agricoli, che veniva evidenziata da feste di carattere agricolo; nella cisalpina e nella Gallia transalpina le feste legate all’undicesimo giorno di novembre, tuttora festeggiate sotto una maschera cristiana, sono l’eco di festività galliche legate al vino e agli antenati e forse anche dei Ludi Plebei che si celebravano a Roma in questo stesso periodo. Il mese ha però un evidente carattere oscuro, collegato ai defunti e alle divinità esterne alla città, con ben poche cesure rispetto agli ultimi giorni di Ottobre dei quali prosegue lo spirito. L’ottavo giorno è la terza giornata dell’anno in cui veniva aperta la fossa di fondazione, il Mundus, per mettere in comunicazione i tre mondi: quello celeste degli Dei superi, quello tellurico ed orizzontale degli Dei agresti, silvestri e dei Lari, antenati ignificati e gloriosi, ed infine il mondo sotterraneo degli Dei inferi, tra cui venivano annoverati i Mani, vale a dire i propri cari defunti.

Strettamente collegata al mese di Novembre, anche se celebrata spesso ancora verso la fine di Ottobre in fase di luna calante, per accordarsi al ciclo della Luna, è la festa gallo-romana di Trinuxtion Samoni, ‘le tre notti di Samonios’, prima festa in assoluto del calendario gallico che cominciava con il primo quarto lunare di Ottobre. Allo stesso modo delle aperture del Mundus che i romani celebravano i primi di ottobre e poi di novembre, la festa di Samonios metteva in comunicazione i tre mondi; al cospetto degli Dei e degli Avi si radunavano tutti i clan delle popolazioni galliche: ogni conflitto era messo da parte e ogni focolare che non fosse quello rituale era tassativamente spento. Sappiamo che i Galli si ritenevano ‘figli di Dite’ in quanto professando la metempsicosi in maniera più esplicita ed essotericamente condivisa rispetto ai Romani, ritenevano che tutti fossero passati numerose volte attraverso il regno dei morti per poi rinascere nuovamente, fino al giorno in cui si fosse spezzato il ciclo e raggiunta la Terra dei Giovani nel lontano Occidente. Ade-Dite, Dio dei morti e delle ricchezze recondite, è quindi connesso con alcuni aspetti dell’antichissimo Dio Kernunnos, signore della vita e della morte, e al mito tipicamente celtico del Calderone Sacro dal quale i guerrieri morti rinascono in una nuova vita secondo quando hanno compiuto in quella precedente. Samonios – che da un punto di vista strettamente linguistico significa “Estate”, con l’accezione di “Fine Estate”- pare leghi sottimente il suo nome anche alla radice etimologica della parola “semina” (che ci rimanda agli Italici Dei Semoni): la semina di molte varianti cerealicole avviene proprio in questo periodo. Alle Divinità della terra e del mondo sotterraneo vengono quindi affidati i semi che verranno custoditi sotto il grembo oscuro della terra per poi rinascere rigogliosi sul finire dell’Inverno, assieme al ritorno della Luce e del Sole.

Come abbiamo visto, i quattro mesi legati ai segni fissi dello Zodiaco hanno tutti il carattere di periodi contenenti qualche riferimento al culto funebre o alla pacificazione dei morti inquieti; a cavallo tra l’Età del Bronzo e quella del Ferro, vale a dire nel periodo in cui l’Astronomia greca e i primi calendari gallici furono codificati, alla festa di Trinuxtion Samoni corrispondeva la fase di luna calante più vicina alla levata eliaca di Antares, la stella cardine della costellazione dello Scorpione, poi slittata più avanti nel corso del tempo a causa della precessione degli Equinozi. Alla luce di questo è logico quindi supporre, facendo analogie con quanto rimasto nel folklore delle isole britanniche, in Francia ed in Italia settentrionale, che le feste di Samonios fossero per i popoli celti e per le compagini galliche romanizzate una ricorrenza legata al culto dei defunti e degli Antenati, allo stesso modo dei Parentalia romani a Febbraio. Ancora oggi, nell’Emilia ed in generale nell’Alta Italia di cultura e di parlata gallo-romanza, i giorni della prima settimana di Novembre sono detti l”Istè dij mòrt’, l’Estate dei morti. Ancora oggi, per la Festa dei Morti, si mangiano castagne in onore dei defunti in tutta la Cisalpina e in varie zone d’Italia è costume lasciare un posto vuoto a tavola per la rappresentanza degli Avi giunti a far visita ai vivi.

Non solo nel mondo celtico vi erano feste in onore degli Dei inferi nel mese di Novembre; in ambito ellenico, anche in Italia meridionale, venivano festeggiati Ade e Persefone; la Dea fanciulla diventa in questa stagione la regina del mondo dei morti, ella si fa pallida e fugace come il Sole novembrino, nel suo emergere e riemergere al di là delle nubi e delle nebbie.
La fase di Luna Piena è invece dedicata alla Dea Feronia, dea dei boschi, dei monti, dei luoghi selvaggi e dei villaggi isolati, oggetto di grande venerazione in tutto il territorio di Hesperia, da parte dei popoli delle più svariate origini. Feronia è legata strettamente al simbolismo del Lupo, alla funzione oracolare e iniziatica della selva. Altri animali a lei collegati, condivisi con Marte, sono il picchio e la capra selvatica di montagna. La Dea, in ogni caso, non è ostile all’umanità se essa si dimostra rispettosa del suo regno silvestre, ed è protettrice dei pastori e dei cacciatori rispettosi dello spirito selvaggio di Hesperia e delle leggi che governano il Ciclo della Vita. Al ricordo di questa Dea sono collegate alcune leggende appenniniche che narrano di una ninfa dagli occhi verde acqua e dai capelli color della Luna, capace di tramutarsi in lupo e di attrarre in trappole mortali quei cacciatori che mancassero di pietas nel loro rapporto con le prede. Nelle terre del Pagus Feronianum, nei pressi di un lago montano caro a questa Ninfa che noi riconosciamo come Genialità appartenente alla corte di Feronia, fu fondato il nostro Sodalizio. Non siamo soliti credere nel caso…