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La Sacralità dell’Agricoltura nella Saturnia Tellus

Tratto da: La Tradizione Italica e Romana, Arthos 1981

Contrariamente a quanto possa risultare dai comuni ma­nuali storici, l’antica religione agreste latina non informò di sé solo la vita del podere ed i bisogni di esso.
L’agricoltura non fu cioè una semplice tecnica tesa, se pur con la coadiuvazione delle forze della natura manipolate dall’uo­mo attraverso determinati riti, a soddisfare esigenze economico- alimentari ma, proprio attraverso i suoi riti ed i suoi culti, dava la possibilità all’agricoltore di ‘entrare’ in diretto rapporto con gli Dei venerati, che solo nel loro aspetto per così dire più este­riorizzante erano legati alle singole operazioni agricole. Solo da un punto di vista molto particolare ed individuale si è potuto concepire il ‘Marte agrario’ come simbolo o personificazione del­la semplice forza fecondatrice dei campi, Cerere il germogliare di questi, Saturno la loro semina e così via; la mancanza di molte notizie mitologiche relative agli antichi Dei agresti non deve in­durre a pensare ad una mera deificazione dei fenomeni natura­li, ad un animismo politeistico, né, nei migliori casi, all’incapa­cità mitica insita nel popolo latino e romano, bensì al carattere pratico, giuridico, decisamente contrario ad ogni forma di ‘idea­lismo’ e di ‘poesia’, del rapporto fra l’uomo italico e la sua Di­vinità.
L’appellativo di Patere Materdato nelle preghiere e nei riti agli Dei ed alle Dee non esprimeva tanto l’idea di paternità o di maternità quanto quella di potenza, di dignità regale, di so­vranità ed è in tal senso che l’agricoltore italico concepiva il rapporto con il Dio a cui si rivolgeva, rapporto che era garan­tito da un vero e proprio diritto: lo jus divinum.
Le opere degli Scriptores Rerum Rusticarum, Virgilio, Co­lumella ma in particolare modo Catone il Maggiore e Marco Te­renzio Varrone, ci permettono di tentare uno studio più appro­fondito della religione agreste romana e, soprattutto, di seguire la sua modificazione nel corso dei secoli, dovuta sia all’intro­duzione delle divinità dei popoli vinti nella civitas Romana sia specialmente al contatto con la divina Grecia, del cui spirito ini­ziarono a farsi portavoce gli Scipioni.
Nel De agricoltura le principali divinità ricordate sono Ja­nus, Juppiter, Juno, Mars, Ceres, Vesta ed il Lar Familiaris (1), oltre a queste si può desumere l’esistenza di Saturno e dei Lares Compítales dalla menzione delle feste loro dedicate: le Saturnalia e le Compii alia (2). Naturalmente ciò non deve far escludere il fatto che sicuramente anche altre divinità fossero venerate fra le popolazioni del III e II secolo a.C., ma possiamo ben pensare che Catone ci abbia conservato il nome di quelle che avevano un carattere, se non più importante, almeno più omogeneo nel­la vita sacra degli antichi agricoltori.
Janus, che precedeva nelle invocazioni tutti gli altri Dei, è con Vesta uno degli Dei più antichi ed importanti del Lazio, tant’è che nelle litanie dei Salii viene cantato come Deorum Deus, ma dopo Catone non viene più citato in tal senso dagli altri scrit­tori interessatisi dell’argomento. Nel De natura deorum Cicerone ne fa derivare il nome dal verbo ire ed anche alcuni studiosi mo­derni, confrontando il termine Janus con l’antico termine india­no yànah, andare, ne spiegano etimologicamente la sua funzio­ne di inizio. Ma inizio di che cosa? Del ciclo delle semine e del raccolto nel campo e nell’uomo? E non solo Janus, che spesso sui monumenti romani è rappresentato nella sua funzione di Dio- Re (o Re-Dio?) avente la corona in testa e lo scettro nella mano destra mentre nell’altra tiene una chiave, con i suoi due volti, uno maschile e l’altro femminile od anche uno di un uomo anzia­no e l’altro di un uomo giovane, rappresenta l’inizio, bensì anche il compimento di tutta un’opera, la Grande Opera degli agri­coltori (3) che, come « il vero volto di Giano non è, si dice, né l’uno ne l’altro di quelli visibili » (4), non può certo esaurirsi e confondersi con tutto ciò che solo superficialmente e mate­rialmente la concerne.
Altro Dio tipicamente legato al simbolismo agricolo, ma che Catone, come abbiamo sopra detto, ricorda solo indiretta­mente, è Saturno, il cui culto in Italia si faceva risalire ai com­pagni di Ercole: « Ecco ora un’altra tradizione sull’origine dei Saturnali. Le genti abbandonate in Italia da Ercole, che, secondo alcuni, si adirò perché l’armento era rimasto incustodito, o, se­condo altri, lo fece espressamente perché difendessero la sua ara ed il tempio dalle incursioni, erano continuamente attaccate dai predoni. Occuparono quindi un alto colle ed assunsero il nome di Saturni dal nome del colle stesso e, sentendosi protetti dal no­me e dal culto di questo Dio, istituirono i Saturnali, perché l’ani­mo rustico dei vicini fosse chiamato a maggior rispetto religio­so dalla stessa osservanza della festa da loro indetta » (5). La tradizione latina lo identificava con il Dio dei Saturnia regna (6) e da lui faceva derivare il nome di Saturnia Tellus dato al­l’Italia: « … tutta l’Italia era sacra a questo nume e dagli abi­tanti veniva chiamata Saturnia come si trova dichiarato nei car­mi sibillini ed anche in altri oracoli resi dagli Dei » (7).
È noto come anche il Lazio si credeva così chiamato perché vi si era rifugiato questo Dio (8), ed è ai suoi abitanti che Sa­turno insegna l’arte sacra dell’agricoltura. Varrone infine ci ri­corda come gli agricoltori romani fossero gli unici superstiti del­la stirpe del Re Saturno (9) e come l’agricoltura non solo fosse il sistema di vita più antico, ma anche il migliore (10).
Un culto di grande importanza nell’economia sacra della fa­miglia rustica era quello dedicato al Lar Familiaris e di cui solo Catone ci conserva qualche accenno. Questa divinità, a cui erano dedicate le Kalendae, le Nonae e le Idus, costituisce senza dubbio un interessante anello di congiunzione fra il mondo agricolo ed il culto dei morti, ciò che del resto è anche dimostrato dalla doppia funzione, agricola e funebre, di alcune divinità, come ad esempio Feronia. Per l’antico Italico, come naturalmente per tutte le tra­dizioni, la morte segnava solo un mutamento di stato dell’esse­re e non la fine di questo, ma i suoi morti, contrariamente a quel­la che oggi è la concezione religiosa cristiana, non andavano a dimorare in un regno infinite miglia distante dall’uomo, bensì continuavano a vivere, divinizzati, sotto terra (11) ed a influire nelle cose umane. Questa idea, da non confondersi con concezio­ni più o meno spiritiche, trovava il suo fondamento nella visio­ne unitaria che l’uomo italico aveva del mondo e della vita e che portava a considerare tutto ciò che lo circondava e lo trascen­deva come una realtà una e viva, che si dispiegava armoniosa­mente nel moto pulsante del suo epicentro e di cui egli stesso partecipava e faceva parte integrante.
Nella perfetta armonia fra microcosmo e macrocosmo, la cui essenza stava nell’amore panico, l’antico agricoltore, operando sul corpo della Madre Terra poteva penetrare la divina Natura e, partecipando attivamente al suo moto rituale, riprodurre in sé il ‘magico’ ritmo delle stagioni, del periodo delle semine e di quello del raccolto, per poter poi giungere a rigenerare, non solo nel singolo individuo, ma in tutta la sua gens, sangue del suo sangue, l’antico seme, l’avo-eroe di tutta la sua stirpe, facen­do partecipe di questa continua palingenesi e metamorfosi tutta la ‘famiglia’ sacra, umana e no, terrestre e celeste, di cui l’eroe era stato il fondatore ed era ora il vero pontifex verso l’Unità che stava all’origine di tutto e della quale egli in fondo non era che una prima emanazione.
Non fa meraviglia quindi se in questo mondo tutto prote­so ad affermare la continuità ‘catartica’ della virtù degli antena­ti nei loro discendenti, assurgeva ad una particolare importanza del culto dei Lari e dei Mani e che, molte volte, proprio alla ri­gida osservanza di tale culto era dovuta la buona riuscita o me­no del raccolto.
« Queste anime umane divinizzate dalla morte erano dai Gre­ci chiamate demoni o eroi. I Latini davano loro i nomi di Lari, Mani, Geni. I nostri avi han creduto, dice Apuleio, che i Mani quand’erano cattivi dovessero chiamarsi larve e che dovessero in­vece chiamarsi Lari quando erano propizi e benevoli. Si legge al­trove: ” Genio e Lare è lo stesso essere, così han creduto i nostri avi “, e in Cicerone: ” Quello che i Greci chiamano Demoni noi li chiamiamo Lari” » (12). Al di là di ogni aspetto che può anche sembrare sincretista, questo passo di Fustel de Coulanges ci fa intuire molto bene come per la nostra tradizione si debbano in­tendere i morti e chiarisce perchè sulle tombe romane vi fosse la iscrizione Diis manibus ed esse, davanti a cui sorgevano delle are per i sacrifici, fossero considerate alla stregua dei templi del­le maggiori divinità.
Negli altri Scriptores Rerum Rusticarum al Lar familiaris subentrano i Penati, e come Catone nella sua opera invita il Pa­ter familias a rendere omaggio al Lar familiaris (13), Columella invita a rivolgersi ai Penates: « sed et illa meminerit, qum e civitate remeaverit, Deos Penates adorare » (14).
Ma questo non è il solo mutamento che si avverte nelle opere degli scrittori successivi a Catone; fra i dodici Dei Consenti ci­tati da Varrone non vi sono più né Janus né Mars, che invece nel De agricoltura costituivano due delle divinità maggiori e Virgilio, sebbene molto vicino a Varrone su tale argomento, introduce al­tre divinità come ad esempio i Fauni e le Driadi: « …et vos, agre- stum praesentia numina, Fauni, ferie simul Faunique pedem Drya- desque puellae: munera vestra cano… » (15). È bene qui ricorda­re come il fatto che si parli di divinità diverse non debba far ar­guire che ciò sia la necessaria conseguenza di continue innova- zoni, bensì di come 1’« Olimpo » agreste fosse articolato e nume­roso per cui gli Dei elencati da Varrone, Virgilio, Catone ecc. fossero ricordati volta a volta secondo la loro importanza, se così ci è permesso esprimerci, ‘storica’, fatto questo che non esclude il contemporaneo culto di altre divinità sempre e comunque pre­senti nel mosaico agricolo. Comunque sia, non dobbiamo dimen­ticare come sempre in questi autori l’agricoltura sia intesa co­me qualcosa che va molto al di là di un semplice lavoro umano.
« E poiché ? come si dice ? gli dei aiutano coloro che ad essi si rivolgono, prima invocherò i loro nomi. Ma non già, co­me Omero ed Ennio, invocherò le Muse, sibbene i dodici Dei Consenti; e non quelli che si onorano in città, i cui simulacri do­rati sorgono presso il Foro, sei maschi e sei femmine (16), ma quei dodici Dei che costituiscono la principale guida degli agri­coltori. Innanzi tutto invocherò Giove e la Terra, nelle cui ma­ni sta in cielo ed in terra ogni frutto della agricoltura; pertanto, poiché queste due divinità si chiamano i Grandi Genitori, Gio­ve è chiamato il Padre, la Terra la Madre » (17); così Varrone ini­zia a presentare le coppie divine alle quali, al suo tempo, si ri­volgevano i contadini delle campagne e prosegue con Sole e Lu­na « le fasi della cui rotazione si osservano quando si semina e quando si raccoglie », Cerere e Bacco « poiché i loro frutti sono indispensabili alla vita », Ruggine e Flora, Minerva e Venere, Lin­fa e Buon Evento » (18).
Juppiter assume dunque in Varrone la funzione che Giano aveva in Catone ma continua a conservare il carattere di divini­tà agricola attribuitagli da questi e cantata poi da Virgilio: « Pa­ter ipse colendi haud facilem esse viam voluit, primusque per ar- tem movit agros, curis acuens mortalia corda nec torpere gravi passus sua regna veterno » (19).
A lui sono dedicate le feste del vino: « Vinalia a vino; hic dies Iovis non Veneris » (20), dice Varrone e ci informa come og­getto di non piccola cura fosse questa festa nel Lazio: « In mol­te località, infatti, la vendemmia era fatta dapprima pubblica­mente dai sacerdoti, come avviene ancora oggi a Roma: il fla­mine Diale dà ufficialmente inizio alla vendemmia e appena im­partisce l’ordine di cogliere l’uva, sacrifica un’agnella a Giove, e fra il taglio delle sue viscere e la loro offerta il flamine coglie per primo l’uva. Sulle porte di Tuscolo è scritto: Non si porti in città il vino novello prima che siano stati proclamati i Vina- lia » (21).
Un’altra festa dedicata al vino, come liberatore di malattie vecchie e nuove è il giorno dei Meditrinalia, « detto così da me- deri (curare) perchè Fiacco, Flamine di Marte, diceva che in que­sto giorno si suole libare e assaggiare il vino novello e quello vec­chio per medicina, cosa che ancora oggi molti sogliono fare quan­do dicono: Vino nuovo e vino vecchio io bevo: malattie nuove e vecchie con esso mi curo » (22); sebbene alcuni storici facciano ri­salire questa festa del 3 ottobre a Meditrina, dea delle guarigio­ni, i Fasti Amiternini la destinano a Juppiter (23).
Anche se non possiamo soffermarci su i vari significati e le varie ipotesi a cui invita l’opera di Varrone, perchè ciò ci por­terebbe ad inoltrarci in un lunghissimo discorso, è interessante notare come alcune delle divinità da lui rammentate e poste ad una funzione di guida siano per sua stessa affermazione di ori­gine sabina:
« Feronia, Minerva, Novensides ci vengono dai Sabini. Con qualche piccola modificazione provengono dai Sabini anche i se­guenti nomi: Pale, Vesta, Salute, Fortuna, Fonte, Fede. E di sa­bino sanno le are che sono state dedicate a Roma per voto del re Tazio. Infatti, come si legge negli Annali, egli dedicò are a Opi, a Flora, a Vediovi e Saturno, al Sole, alla Luna, a Vulcano e Sum- mano (24) (…) Alcuni di questi nomi hanno le radici in ambedue le lingue, come alberi che sorti sul confine di due campi diffondono le loro propaggini nell’uno e nell’altro » (25). Particolarmente im­portante è ricordare come il culto del Sole fosse legato in origine alla gens Aurelia, il cui nome deriva da Auselia (ausel in sabino vuol dire sole) e come questo ci riporti alla mente l’altro nome sacro dato all’Italia, Ausonia (26).
Se, come sopra detto, il vino era consacrato a Juppiter, la vite lo era a Bacco o Libero, le cui feste, le Liberalia, ricorreva­no il 17 Marzo. Secondo la descrizione che ci riporta Virgilio, si sospendevano a un pino eminente piccole maschere, con le qua­li si voleva onorare Libero sia come Signore della vite sia come signore dell’anima umana mutevole: « Anche d’Ausonia i coloni, gente venuta da Troia, scherzano in versi senz’arte e in risa smo­date e traggon da cave cortecce orride facce e te, Bacco, invoca­no in liete canzoni e sospendono a un pino eminente per te pic­cole maschere » (27).
A Cerere erano invece consacrate le Ambarvalia, un tempo dedicate a Mars. Così ci descrive la cerimonia Virgilio: « Venera prima di tutto gli Dei ed offri, umile rigoglio dell’erbe, ogni an­no alla grande Cerere i doni della terra sacri: al cadere dell’ulti­mo inverno quando è già mite il sereno dei cieli. Allora è pingue il capretto, il vino è più grato e il sonno nell’alta ombra è dolce sui monti. Tu chiama dai campi i giovani che adorino Cerere e intanto sciogli per lei il miele nel latte intriso di vino leggero; la florida vittima giri tre volte intorno ai raccolti recenti e un co­ro festoso la segua invocando ai casolari la presenza buona di Ce­rere. E nessuno porti la falce alle spighe mature prima di cinger­si al capo una fronda di quercia e danzare in liberi moti cantan­do le lodi di Cerere » (28).
Concludendo qui questa brevissima ed incompleta panora­mica sulla ritualità agreste italica, vogliamo ancora ricordare co­me l’agricoltura dalle auree origini sia un’importante chiave per chi voglia tentare lo studio non solo erudito ? ancora una vol­ta riaffiora la parentela fra ‘ culto ‘, ‘ coltura ‘ e ‘ cultura ‘ ? della tradizione italica e romana. Quell’agricoltura, base del culto stes­so (29), che in Roma non tardò ad assumere il carattere di uni­versalità proprio a tale tradizione.

Paolo Farsetti

Note

(1)        De agricoltura, CXXXIV; CXLI; CXXXIII; CXLIII e sgg.
(2)        ibidem, V; LVII.
(3)        È interessante notare lo stretto rapporto fra la simbologia di Giano e alcuni simboli ermetici, come ad esempio quello del Rebis. Cfr. R. GUÉNON, Simboli della Scienza sacra, Milano 1975, cap. 18.
(4)        ibidem.

(5)        MACROBIO, Saturnalia, I, 7-27; a proposito dei compagni di Ercole cfr. anche DIONISIO DI ALICARNASSO, I, 34.
(6)        Cfr. il saggio di P. NEGRI (A. REGHINI), Della Tradizione Occidentale, in «Ur», II (1928), pp. 47 e sgg.
(7)        DION. ALIC., I, 34.
(8)        « … dieta quoque est Latium terra latente deo », (OVIDIO, Fasti, I).
(9)        «…e si credeva che questi fossero gli unici superstiti della stirpe di re Saturno » (VARRONE, De re rustica, III, I, 5).
(10)        « Neque solum antiquior cultura agri, sed etiam melior » (ibidem).
(11) CICERONE, Tusculanae, I, 16.
(12)        Cfr. F. DE COULANGES, La città antica, Bari 1925.
(13)        CATONE, De agr., II.
(14)        COLUMELLA, De re rustica, I, 8.
(15)        Verg., Georg., I, 10-12.
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(16)        Ennio, in due esametri, ci dà il nome di questi Dei, ed esattamente: Iuno, Vesta, Minerva, Ceres, Diana, Venus, Mars, Mercurius, Iovis, Neptunus, Vulcanus, Apollo.
(17)        VARRONE, De re rust., I, 1.
(18)        Ibidem.
(19)        VERG., Georg., I, 121-124.
(20)        VARRONE, De lingua Latina, VI, 16.
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(21)        Ibidem.
(22)        Ibidem, VI, 21.
(23)        Cfr. G. DUMÉZIL, Fêtes romaines d’été e d’automne, Paris 1975.
(24)        Secondo Plino (N.h., II, 138) questa divinità è di origine etrusca.
(25)        VARRONE, De lingua Latina, V, 74
(26)        F. ALTHEIM, Rom. Rei gesch., I.
(27)        VERG., Georg., II, 385-389.
(28)        Ibidem, I, 338-350.
<29) « La profonda connessione tra l’agricoltura ed il culto risulta già dal
fatto che l’ara arcaistica     era costituita da una semplice zolla di terra e si
chiamò altana, quando era alta da terra » (P. NEGRI, art. cit.).