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La classe sacerdotale romana.*

Di Alessio Valente

Parlare di classe sacerdotale romana non è semplice, specialmente se la si confonde con il semplice esercizio delle funzioni sacre che, di norma, spettava anche ai magistrati. Nell’apprendere il funzionamento dei riti e della vita sacra romana spesso le competenze sembrano sovrapporsi, quasi confondendosi l’una con l’altra. Diversi però sono i punti in cui le due figure, quella del sacerdote e quella del magistrato, divergono l’una dall’altra.

A differenza del magistrato, ad esempio, il sacerdote non era eletto dal popolo ma cooptato direttamente e sempre in seno ai ceti “aristocratici” della società romana. Almeno fino alla legge Domizia del 104 a.C., che introdusse l’elezione da parte di diciassette tribù, scelte casualmente, dei sacerdoti appartenenti ai quattro collegi che componevano la classe sacerdotale: quello pontificale, quello degli àuguri, quello dei decemviri e, infine, quello dei settemviri. L’elezione, però, poteva coinvolgere solo determinati candidati precedentemente nominati dai collegi stessi.

Qual’era dunque il compito del sacerdote nella società romana? Per comprenderlo appieno, bisogna prima comprendere la distinzione fra il culto pubblico e il culto privato che intendevano i romani. Il culto pubblico ineriva alla vita di tutta la comunità in cui dei e cittadini coabitavano e di cui entrambi erano partecipi. Il compito del sacerdote, quindi, era proprio quello di garantire la pax deorum, ossia la pacifica convivenza fra i cives e e le divinità appartenenti alla comunità. Il lavoro di questa figura, però, non è arbitrario.

Egli, specialmente durante gli auspici, si limita ad osservare una chiara e precisa meccanica rituale senza introdurre le sue passioni individuali e, anzi, servendosi spesso di assistenti, come il pollarius durante l’osservazione dei polli sacri. Al rito, spesso, partecipavano, con le dovute proporzioni, anche personaggi di rango inferiore, per definire sotto l’occhio della divinità le diverse categorie della società romana.

L’autorità del sacerdote è dunque fondamentale nella vita pubblica romana, anche se egli si limita a mettere in atto una serie di dinamiche sacre già prestabilite. Qualora, infatti, la disapprovazione divina si fosse manifestata, per lo più tramite eventi spettacolari e negativi, la prima soluzione era sempre quella di consultare i Libri Sibilini, dei testi oracolari, conservati nel tempio di Giove Capitolino in Campidoglio, su cui tutta la vita pubblica romana era fondata.

In essi, secondo la concezione romana, essi avrebbero sicuramente trovato il modo per riconciliare dei e cittadini. Il loro compito, perciò, era molto simile a quello di uno studioso che ha bisogno di conoscere per esercitare la propria autorità e garantire quella pax deorum fondamentale per la città romana.

L’importanza del sacerdote romano, perciò, va emancipata dalla concezione cristiana del clero che ormai permea la nostra idea di rapporto col sacro. Il culto privato, in epoca romana, era esercitato da ogni pater familias o addirittura da un suo delegato, che poteva anche essere uno schiavo o un liberto. La figura del sacerdote, dunque, è una figura tutta pubblica, che ha il compito di rappresentare la comunità nella sua duplice composizione divina e umana, e non quello del sacerdote moderno di “amministrare” le anime degli individui. L’intervento dell’autorità sacerdotale nei confronti dell’individuo, ad esempio, si limitava solo ed esclusivamente ai casi che mettevano a repentaglio la sicurezza pubblica, o di oltraggio ai luoghi di culto. Il sacerdote perciò non dettava né i modi né il carattere del culto privato e del rapporto fra l’individuo e la divinità.

L’azione pubblica del sacerdote è, dunque, uno dei motivi principali di confusione fra i ruoli sacerdotali e quelli dei magistrati. Entrambi possedevano una autorità che si esprimeva nella sfera pubblica ed entrambi erano chiamati a rappresentare gli dei nelle dinamiche cultuali. I magistrati avevano senz’altro un’autorità maggiore dei sacerdoti, ma nell’ottica romana questo aspetto non era da considerarsi come una forma di predominio dell’una sull’altra figura. Il loro rapporto può essere inteso come la relazione che intercorre fra Giove e Numa, quando questo riesce a far accettare alla divinità la sua legge, ma senza che la sua supremazia fosse messa in discussione.

*Questo articolo prende i suoi spunti da “Il sacerdote” di J. Scheid