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Il culto dei padri

Certi ambienti citano Roma solo per convincerci che i romani non avessero una religiosità ben centrata ma fossero avvezzi al sincretismo estremo e a passare a culti esotici senza problemi. Il Pantheon romano in realtà risponde ad una complessa e ben precisa concezione del Sacro e del cosmo.
Per comprenderla, dobbiamo calarci nel sentire dell’epoca, per noi moderni molto lontano.

“Dio dunque è spirito del mondo (che i greci chiamano Cosmo) e il mondo è Dio stesso. Chi rappresentò gli dei sotto figura umana lo fece perché lo spirito che anima il corpo è simile allo spirito immortale della divinità. La figura umana fu scelta perché rappresenta l’anima ragionevole e questa nostra anima è porzione di Dio medesimo che è l’anima di tutte le cose. Così come l’uomo è diviso tra corpo e anima, il cosmo è diviso in due parti, cielo e terra, il cielo poi si divide in fuoco e aria, e la terra in acqua e terra e questi quattro elementi pullulano di anime. Gli dei sono le anime del mondo, le sue parti, i suoi semi” [M.T. Varrone]

Quindi gli dei erano manifestazione simbolica dei principi universali, delle forze che lo abitano. Lo spirito divino permea l’universo così che dal caos primordiale emersero diverse forme a seconda del seme divino che lo ordinò. In questa ottica gli antichi adoravano, propiziavano e scongiuravano queste entità.
Tutti i popoli riconoscevano queste forze ma ogni popolo si rapportava ad esse secondo il proprio Genio, la propria cultura, la propria storia. Così ogni popolo elevava a “patrone” quelle forze ritenute fondamento della propria cultura. Questi Pantheon etnici erano chiamati dai romani Dei indigeni.
Quando i romani vincevano, significava che avevano dominato non solo su un popolo ma anche sulla sua cultura, le sue leggi e quindi sui principi che lo ordinano, tutelano e proteggono. Queste forze così domate, propiziate e pacificate divenivano protettrici di Roma, parte del suo Pantheon, rinnovando l’equilibrio, la Pace tra i popoli, le culture e gli dei.
“Ogni Dio e ogni Dea che ha in tutela il popolo e la gente cartaginese e tu specialmente che di questo popolo assumesti la tutela, vi prego […] affinché passiate dalla mia parte e veniate a Roma presso me e la mia stirpe e il luogo i templi il culto vi siano graditi […] se così farete faccio voto di costruirvi templi […]” [Africano Minore]
I Romani non adoreranno mai numi tutelari di popoli ostili, invasori o confinanti ma ammetteranno al culto solo quelle forze in equilibrio, accolte o pacificate con Roma (“se così farete” dice l’Africano). Ecco che i Di Novensides (nuovi arrivati) non si sostituirono mai ai Di Indigetes (numi tutelari di Roma) ma saranno accolti nel Pantheon romano in quanto struttura simbolica della pax deorum e della fratellanza tra i popoli pacificati. Così anche le filosofie straniere vennero accolte e studiate come percorsi intimi verso il divino, ma non sostituirono mai la legge, le tradizioni e il culto romano.
A differenza di chi vuole far passare Roma per multiculturalista, vi furono culti combattuti e perseguitati nella sua storia, anche se rari, e furono quei culti, (come Dionisiaco, Mitriaco e Giudaico-cristiano) che pretesero di sostituirsi al culto dei padri e di imporre la loro cultura al di sopra delle leggi patrie. Questi culti pretesero di ridurre la ragione dell’universo ad un solo principio, di sostituire il Genium loci con l’ideologia e negando così la complessità della manifestazione si resero fonte di disordine sia nell’ambito civile che spirituale.
Queste filosofie da Roma furono condannate e considerate nemiche della pace tra gli dei, nemiche della concordia tra i cittadini, nemiche della stessa umanità.

Bisogna essere capaci di vedere l’uno nella diversità e lottare contro chi vuole distruggere la diversità per imporre il suo disordine organizzato globale.

AD PVGNAM PARATI!

Romano F