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Il comune rurale

Non sappiamo di preciso quando nacque il comune rurale in Italia e la fonte storica più antica risale al mese di marzo dell’anno 1116. Tra gli abitanti di uno stesso villaggio, nacque il comune interesse di mettere mano collettivamente ad alcune questioni riguardanti tutti, indipendentemente dall’estrazione economica e sociale. Negli ultimi anni, abbiamo assistito ad un incremento nella creazione delle comunità rurali, sviluppatesi sopratutto sulle montagne del Centro Italia, ma anche nelle zone settentrionali e meridionali. Complice della diffusione di queste vere e proprie comunità autonome, ognuna diversa dall’altra, la grave crisi economico-finanziaria che affligge i tempi odierni, tempi in cui l’uomo moderno è stato costretto a fare i conti con sé stesso in quanto entità appartenente ad un popolo e ad una stirpe. In questi casi, la comunità viene intesa come unità primaria, spontanea, organica, basata sul sentimento di appartenenza ad un gruppo, dove il collante è l’aggregazione di individui con vedute sociali ed economiche molto simili, ma non identiche. La società moderna e tecnologica, è prettamente incentrata su rapporti definiti ‘artificiali’, ossia basati sulla funzionalità delle relazioni, sulla razionalità degli scambi, più che sulla spontaneità. Nella comunità, gli individui restano essenzialmente uniti nonostante i fattori che li separano, mentre nella società rimangono essenzialmente separati nonostante i fattori che li uniscono. Questa è una differenza sostanziale, poiché scinde il concetto di comunità da quello di società. Storicamente, la comunità caratterizzava l’era pre-industriale, mentre la società si diffonde con l’aumento della popolazione nelle città e con l’incremento dell’industrializzazione. Cosa sta succedendo quindi? Siamo costretti ad assistere ad un fenomeno inverso a quello della modernizzazione dilagante, in cui l’uomo sente profondamente l’esigenza di ritornare alle proprie origini e di sentirsi finalmente parte di un’entità ben precisa, di una tribù, se possiamo osare definirla anche così. l nichilismo imperante ha spinto l’uomo ad alienarsi da qualsiasi valore etico e spirituale che costituiva le fondamenta dei rapporti con i suoi simili, facendo in modo che in alcuni soggetti l’istinto primordiale di aggregazione trionfasse e lo spingesse quindi a trovare una via d’uscita al buio di un’esistenza a senso unico che lo vedeva condannato ad un sicuro annientamento. L’immagine delle aree rurali si configura come quella di aree escluse dai processi di modernizzazione innescati dall’industrializzazione, destinate perciò a rimanere volutamente arretrate. Persino i conflitti che caratterizzano ogni raggruppamento umano, possono essere risolti senza affrontare i nodi strutturali della differenza sociale messa in moto dai processi di modernizzazione, senza il peso di un sistema burocratico imponente che attanaglia la società odierna, ma usufruendo di un sistema di regole comunitarie semplici e funzionali, quelle di un mondo basato su forme sociali ancestrali. La valorizzazione delle risorse locali è ciò che caratterizza le micro economia delle comunità rurali, ed in particolare delle risorse naturali utili alla lotta contro il cambiamento climatico, ma anche alla protezione della biodiversità ed alla gestione delle acque. Rifiutarsi di vedere in queste iniziative un carattere di bene pubblico che può preservare, migliorare e incrementare il capitale umano, culturale e sociale, lasciando agli stati nazionali di decidere se preferiscono finanziare e sostenere una distribuzione della popolazione decentrata, come se questo fosse poi indifferente alla distribuzione delle attività economiche, all’uso delle risorse e alle relazioni sociali sul territorio, mi sembra una miopia, derivata probabilmente dal perdurare di una visione economicista dello sviluppo, come se la produzione e i mercati fossero esclusivamente produzione e scambio di beni e non anche relazioni tra le persone.

Nova Saturnia